spinelloNegli ultimi anni è in corso una campagna su settimanali e quotidiani a favore della liberalizzazione della cannabis in Italia. I punti di forza di questa campagna sono due: la constatazione che il proibizionismo non ferma il fenomeno ma crea solo illegalità e l’idea che gli spinelli non siano più dannosi di altre sostanze lecite come l’alcol e il tabacco. Mentre il primo punto mi trova totalmente d’accordo, sul secondo dissento.

Innanzitutto come cittadino. Non mi sembra logico dire che il fumo di sigarette e l’abuso di alcol fanno male, sostenere campagne di sensibilizzazione per limitare questi comportamenti, creare centri sanitari per aiutare chi vuole smettere e non ce la fa da solo (in un momento di crisi economica questi costi non sono certo irrilevanti per la società) e poi “aprire le porte” a un’altra sostanza giudicata almeno parimenti dannosa.
In secondo luogo come psichiatra. Al di là di quello che tante persone pensano o preferiscono credere, da decenni importanti studi scientifici dimostrano che la cannabis ha gravi effetti sull’organismo e soprattutto sull’equilibrio mentale di chi la usa. Non starò qui a ripetere sintomi e statistiche, peraltro facilmente reperibili in rete, preferisco riportarvi la mia esperienza professionale diretta.

Da quel che vedo quotidianamente, l’utilizzo frequente e per lunghi periodi di cannabis porta a una vera e propria dipendenza, con tutte le conseguenze sociali e di salute che questo comporta, e allo sviluppo di una condizione psicologica, tecnicamente definita “sindrome amotivazionale”, caratterizzata da perdita di interessi, passività,   chiusura nei rapporti con gli altri,  difficoltà di concentrazione e memoria, impoverimento della capacità di ragionamento. Si tratta di una condizione per fortuna non frequente ma che, come in tutte le dipendenze, è molto difficile da superare perché chi la vive sente di stare bene e rifiuta qualsiasi forma di aiuto.

Nella maggior parte dei casi di cui mi occupo la mia impressione è che la cannabis non causi direttamente un disturbo psichiatrico ma faccia emergere prima e in maniera più grave una patologia verso la quale la persona era già predisposta. A volte la mia sensazione è che se non ci fosse stata la sollecitazione delle sostanze quella patologia sarebbe potuta rimanere silente per molto tempo e forse non si sarebbe mai manifestata. A riprova dei danni causati dagli spinelli in queste persone ci sono due osservazioni. La prima è che se non cessa l’assunzione di cannabis le cure non funzionano o danno risultati incompleti e comunque insoddisfacenti.  La seconda è che una volta ritrovato il benessere, e pur continuando regolarmente le cure, il ritorno all’uso di cannabis si accompagna a una ricaduta.

Detto questo, quali sono le persone più a rischio e quali le patologie che più facilmente emergono? Indubbiamente i più sensibili sono i giovani, i giovanissimi e coloro che presentano già dei sintomi psichiatrici minimi o hanno un familiare che soffre di un disturbo psichiatrico. Per quanto riguarda le patologie, troviamo in prima linea proprio quelle più gravi come la schizofrenia, e più in generale le psicosi, e i disturbi bipolari;  frequente è anche la slatentizzazione del disturbo di panico (a volte dopo una sola assunzione) e del disturbo ossessivo compulsivo.

Non posso in questa sede affrontare il problema della liberalizzazione o meno della cannabis, trattandosi di una scelta politico-sociale. Da medico mi preme però sottolineare che, qualsiasi sia lo scopo, è rischioso far passare il messaggio che fumare uno spinello è innocuo sempre e per tutti. Dobbiamo essere consapevoli, e soprattutto rendere consapevoli i giovani e i giovanissimi, che in alcune persone predisposte questa abitudine può scatenare un disturbo psichiatrico con cui saranno costrette a fare i conti per il resto della loro vita.
Mi auguro che queste notizie siano almeno un’opportunità per un maggior impegno  da parte di tutti, proibizionisti e antiproibizionisti, nel promuovere una campagna educativa su questo tema basata sui dati scientifici.