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30 marzo 2021, #World Bipolar Day

La lunga storia del Disturbo Bipolare che, come la Depressione, non è malattia dei tempi moderni.

La storia del disturbo bipolare comincia nel IX secolo a.C. in Grecia quando il poeta Omero racconta nell’Iliade la storia di Aiace Telamonio che passa dalla sovraeccitazione alla più profonda disperazione culminante nel suicidio. Qualche secolo più tardi, siamo nel IV a.C. Ippocrate, che aveva un interesse particolare per i disturbi psichiatrici, formula la prima classificazione dei disturbi mentali dividendoli in “melancolia”, “mania” e “paranoia” attribuendo la melancolia ad un eccesso di bile nera e la mania ad un eccesso di bile gialla.
Nel I secolo d.C. Areteo di Cappadocia descrive gli stati di mania e melancolia con tale sorprendente analogia ai criteri moderni da essere considerato il primo esperto di disturbo bipolare:

I melanconici sono sia quieti o disforici, tristi o apatici, inoltre possono essere molto irritabili senza motivo”.

“Alcuni pazienti con mania ridono, giocano, danzano giorno e notte, passeggiano nel mercato a volte con una ghirlanda sulla testa, come fossero i vincitori di un gioco”.

E precisa inoltre:

“In molti melancolici la tristezza si attenua e dopo un lasso di tempo variabile si trasforma in felicità: a quel punto il paziente diventa maniaco”.

Fino al 1600 si trovano sporadici riferimenti, poi con l’impulso scientifico del 1700 si incontrano alcune descrizioni di come melanconia e mania possano presentarsi in modo ricorrente e nel 1794 un medico italiano, Vincenzo Chiarugi, scrive:

La mania può essere considerata lo stato opposto alla melancolia”.

La storia moderna del disturbo bipolare inizia in Francia ad opera di due clinici, Jules Baillarger e Jean Pierre Falret, che, nel 1854 a poca distanza di tempo e indipendentemente l’uno dall’altro, dichiarano di aver scoperto un nuovo disturbo mentale.

Baillarger scrive:

Ho osservato una malattia caratterizzata da due regolari periodi, uno di depressione e uno di eccitamento, che ho chiamato Follia a doppia forma. I due periodi, presi insieme costituiscono un attacco…Gli attacchi possono essere isolati, intermittenti o possono susseguirsi senza interruzione. In alcune forme il passaggio tra i due periodi è brusco e avviene spesso durante il sonno.”

Falret riporta:

Con il termine Follia circolare indico una forma di disturbo mentale caratterizzata dalla regolare alternanza di mania e melanconia. Ciascun attacco, o ciclo, di questa malattia include tre periodi: mania, depressione, intervallo libero”.

Tra i due clinici francesi, che si accusarono a vicenda di plagio, nacque un astio tremendo durato per tutta la vita. Il loro contributo verrà messo in ombra dalla psichiatria tedesca con le nuove descrizioni di Wilhelm Griesinger, Karl Kahlbaum e, successivamente, con un allievo di quest’ultimo, Emil Kraeplin che nel 1904 scrive:

In base a decorso ed esiti includerei nella Malattia maniaco-depressiva numerose forme considerate autonome: mania, depressione, follia circolare e periodica, stati misti, forme con oscillazioni dell’umore levi ma continue, eccitamento e depressione. Queste forme costituiscono un processo morboso unico perché hanno una comune ereditarietà, un decorso ricorrente con intervalli liberi e, nel tempo, è possibile il passaggio da una forma ad un’altra”.

Il lavoro di Emil Kraepelin è considerato fondamentale e nel 1929 il suo allievo Oswald Bumke descrive i differenti tipi di decorso della malattia maniaco-depressiva.
L’inquadramento diagnostico dei disturbi dell’umore proposto da Kraepelin rimane  incontrastato fino agli anni ‘50 del secolo quando due clinici tedeschi, Karl Kleist e Karl Leonhard, propongono di separare le forme caratterizzate dall’alternanza di fasi maniacali e depressive, che chiamano “Disturbi Bipolari”, a da quelle caratterizzate esclusivamente da un susseguirsi di fasi depressive, che chiamano “Disturbi Unipolari”.
L’utilità di distinguere le forme unipolari da quelle bipolari viene confermata dagli psichiatri Jules Angst e Carlo Perris nella seconda metà del ‘900.

Un ulteriore passo verso l’inquadramento attuale del disturbo bipolare viene compiuto da tre psichiatri americani, Frederick Goodwin, David Dunner e Eliot Gershon che nel 1979 descrivono due differenti forme di disturbi bipolari, quelle con fasi di eccitamento grave, chiamate bipolari I, e quelle con fasi di eccitamento lieve (o ipomania) chiamate bipolari:

“In queste forme gli episodi depressivi si alternano a quadri espansivi di minore gravità, ipomaniacali, che non richiedono ospedalizzazione. Queste forme, che chiameremo bipolari II, hanno caratteristiche cliniche, di decorso e di risposta ai trattamenti, intermedie tra quelle bipolari classiche (bipolari I) e quelle unipolari. Sono inoltre stabili nel tempo.”

 

Attualmente le conoscenze sono vaste e dettagliate, la ricerca continua per raffinarle sempre di più ma è ormai certo che i Disturbi Bipolari e la Depressione Maggiore sono descritti da sempre e non si tratta di malattie della modernità.
La modernità ha portato invece con sé la possibilità di dare un nome a condizioni sconosciute che ora sono più note e finalmente curabili.

 

Autore: Antonio Tundo