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Disturbo di Panico: quali le cause?

Perché improvvisamente, come un “fulmine a ciel sereno”, compare un attacco di panico?

Negli ultimi 30 anni si è accumulata una mole di dati sulle basi neurofisiologiche del disturbo di panico che evidenziano un funzionamento difettoso della “centralina d’allarme” del cervello, l’amigdala.

Si tratta di un’area molto piccola del cervello che in alcune persone ad un certo punto comincia a funzionare in eccesso segnalando la presenza di un pericolo anche quando non c’è e provocando un immotivato “stato di massima allerta” che corrisponde alle manifestazioni dell’attacco di panico.
L’attivazione (il “fuoco”) dall’amigdala si diffonde ad altre aree del cervello come l’ipotalamo, responsabile dei sintomi fisici (batticuore, vertigini, mancanza d’aria, tremori…), e la corteccia prefrontale, responsabile delle interpretazioni catastrofiche date a questi malesseri fisici (“svengo”, “muoio”, “mi sta venendo un infarto”) e dell’evitamento dei posti da cui è difficile allontanarsi o in cui è difficile ricevere un rapido aiuto in caso di necessità.
L’ansia anticipatoria, o “paura della paura” (“… e se rimango da solo in casa e mi sento male?”), sarebbe legata al coinvolgimento di un’altra area del cervello, il sistema limbico.
Nel disturbo di panico entrano in gioco non solo diverse aree del cervello, ma anche diversi neurotrasmettitori, come la serotonina, la noradrenalina e l’acido gabaergico (o GABA), ed alcuni ormoni, come il progesterone (un ormone femminile) la cui attività “ansiolitica” spiegherebbe come mai il disturbo si attenui o scompaia in gravidanza. Proprio perché sono coinvolti diversi neurotrasmettitori e diverse aree cerebrali è possibile curare il panico da più fronti, sia con i farmaci (che  attenuano l’iperattività dell’amigdala), sia con la terapia cognitivo-comportamentale (che potenzia la capacità della corteccia prefrontale di “tenere sotto controllo” l’amigdala).

Ma perché in alcune persone la centralina d’allarme del cervello funzionerebbe male?
Non c’è dubbio che esista una predisposizione fisica in questo senso, su base familiare e genetica, come dimostrato dal fatto i parenti di primo grado (genitori, fratelli o figli) di chi soffre disturbo di panico hanno una probabilità di soffrire dello stesso disturbo molto più alta (20%) rispetto a quella delle altre persone (2%) e che questa probabilità è più alta tra i gemelli monozigoti (con lo stesso patrimonio genetico) che tra quelli dizigoti (che condividono solo la metà dei geni).
L’importanza dei fattori biologici è confermata anche dall’osservazione che gli attacchi di panico possono essere scatenati, ma solo in chi è predisposto, dall’uso di sostanze “stimolanti” (come caffè, the ecc…), stupefacenti (amfetamine, cocaina, cannabis), farmaci (ormoni tiroidei, antibiotici) e da particolari condizioni ambientali come il caldo (il disturbo in genere peggiora in estate), la luce intensa (da qui l’uso degli occhiali da sole anche d’inverno o la sera), la riduzione di ossigeno nell’aria (luoghi in cui c’è “aria consumata”), la riduzione delle ore di sonno o l’inversione del ritmo sonno-veglia, cioè dormire di giorno e stare svegli di notte.

Predisposizione familiare e fattori biologici non escludono che possano entrare in gioco anche elementi psicologici, anzi… Secondo l’ipotesi cognitivo-comportamentale allo sviluppo del disturbo di panico contribuirebbero, con un peso diverso di caso in caso, anche l’educazione ricevuta e gli avvenimenti della prima infanzia. Infatti, un genitore ansioso facilmente trasmette al figlio una modalità “ansiosa” di affrontare la vita e spesso avrà un atteggiamento eccessivamente protettivo nei suoi riguardi rimandogli un’idea di se stesso come di una persona fisicamente fragile e che ha bisogno di protezione. Il risultato è che, una volta diventata adulta, questa persona sarà a sua volta molto apprensiva (“anxiety sensitivity”) e potrà sviluppare attacchi di panico in coincidenza comuni eventi di vita che implicano un cambiamento importante (trasferimento di città, matrimonio…).

Oggi si ritiene che i fattori psicologici, più che essere la causa del disturbo, influenzano il momento di comparsa e la gravità di alcuni sintomi come l’ansia anticipatoria e la tendenza ad evitare situazioni da cui non ci si può allontanare rapidamente o in cui non è possibile ricevere aiuto immediato in caso di necessità.

 

Autore: Roberta Necci