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Disturbo d’Ansia Sociale

di Antonio Tundo

Quando la timidezza diventa estrema.

Il disturbo di ansia sociale è una forma di timidezza patologica caratterizzata da un’eccessiva paura di fare brutta figura, di apparire ridicoli di fronte agli altri (soprattutto estranei, persone autorevoli o dell’altro sesso), di essere inadeguati o non all’altezza delle situazioni.
Si distingue dalla semplice timidezza, che è un problema abbastanza diffuso, perché causa un intenso malessere, è difficile da gestire e ha delle ricadute negative nei rapporti con gli altri e a scuola o sul lavoro.

Quanto è frequente
L’ansia sociale colpisce tra il 3% ed il 13% delle persone e compare precocemente, tra gli 11 e i 25 anni. Pur essendo più comune tra le donne, la maggior parte di coloro che si rivolgono allo specialista sono uomini e questo perché, probabilmente, la società considera “normale”, o quanto meno accettabile, la timidezza nelle donne.

Come si manifesta

Il principale sintomo è la paura di comportarsi in maniera sconveniente davanti agli altri (“arrossisco”, “balbetto”) facendo quindi una “brutta figura”. La paura del giudizio degli altri (definita dai tecnici “sensitività interpersonale”), accompagnata al timore di essere presi in giro (“rideranno di me”, “diventerò lo zimbello del gruppo”), conduce alla tendenza a svalutare se stessi (“sono un incapace, un debole”) e a considerare gli altri eccessivamente critici (“sono tutti pronti a giudicarti”).
Per paura di essere rifiutato chi soffre di ansia sociale, pur desiderandolo, evita i rapporti sociali e soprattutto le situazioni in cui si sente più esposto al giudizio come parlare (“se siamo in tanti non riesco a dire la mia”), scrivere, mangiare o bere in pubblico (“sono anni che non accetto un invito a mangiare fuori”), ballare, essere al centro dell’attenzione, avvicinare persone autorevoli o dell’altro sesso ecc…
Se il numero delle situazioni temute e/o evitate è limitato si parla di ansia sociale specifica o non-generalizzata, se invece è ampio si parla di ansia sociale generalizzata.
Se le situazioni considerate “a rischio” non possono essere evitate (per esempio è indispensabile prendere la parola in una riunione di lavoro), già da qualche giorno prima si verifica un innalzamento del livello di ansia (“ansia anticipatoria”) fino a raggiungere veri e propri stati di angoscia con previsioni catastrofiche su quanto potrà accadere (“già una settimana prima penso con terrore al prossimo consiglio dei docenti, non ci dormo la notte”).

Quando si trova nella situazione temuta la persona avverte una serie di malesseri fisici come rossore, sensazione di “morsa allo stomaco”, tachicardia, palpitazioni, tremore, sudorazione, nausea, bisogno impellente di urinare, tensione muscolare, respiro affannato, sensazione di blocco mentale, vertigini e vampate di caldo.
Assume, inoltre, un atteggiamento di difesa con il corpo curvo e il capo chino, parla con tono di voce basso, ossequioso e formale, evita lo sguardo diretto, chiede continuamente scusa, si torce le mani o scarica la tensione giocherellando con un oggetto.
In qualche caso l’insicurezza può essere mascherata con atteggiamenti spavaldi, come dire bugie o fare il “buffone”.
Spesso i sintomi sono così intensi e difficili da gestire che la persona fa di tutto per evitare le situazioni temute. Questo atteggiamento, che sul momento apparentemente dà sollievo, alla lunga accentua le limitazioni nelle attività quotidiane e le difficoltà sul lavoro e nei rapporti sociali.

Come evolve
Se non curata, nella metà dei casi l’ansia sociale ha un’evoluzione cronica ed i sintomi peggiorano via via che, con l’età, aumentano le richieste da parte dell’ambiente in cui la persona vive e lavora. Il disturbo causa spesso conseguenze negative sul piano coniugale (elevato tasso di separazioni), sociale (scarse relazioni, isolamento), scolastico (frequenti assenze, blocco nelle interrogazioni) e lavorativo (blocco della carriera).
Una frequente complicazione è l’abuso di alcol o di farmaci ansiolitici che all’inizio vengono assunti per ridurre l’ansia e affrontare più facilmente gli impegni sociali (“auto-terapia”) ma che, con il tempo, possono causare abitudine e dipendenza diventando un problema nel problema.

Come si cura*
Il trattamento ottimale è rappresentato dall’associazione di farmaci e psicoterapia: i primi consentono di ottenere miglioramenti più rapidi mentre la seconda, in particolare la terapia cognitivo comportamentale, rende questi miglioramenti più estesi e duraturi.
Farmaci di prima scelta sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) in quanto efficaci e ben tollerati; gli inibitori delle monoaminossidasi (IMAO), pur essendo molto efficaci, si utilizzano nei casi più gravi o che non hanno risposto alle altre cure perché hanno più effetti collaterali e, soprattutto, non sono compatibili con alcuni cibi e farmaci. Buoni risultati si sono ottenuti anche con due altri antidepressivi, la venlafaxina e il bupropione, e un antiepilettico, il gabapentin.
Nella forma non generalizzata si può ricorrere a farmaci sintomatici, come beta-bloccanti e benzodiazepine, da assumere 1-2 ore prima di affrontare la situazione temuta. Particolare cautela è necessaria con le benzodiazepine che, se utilizzate con continuità, possono causare tolleranza e dipendenza.
L’intervento psicologico, efficace in entrambe le forme, si avvale di tecniche sia comportamentali, come il rilassamento e la desensibilizzazione, sia cognitive, come il social skill training ed il role playing, il cui fine ultimo è individuare e modificare i pensieri disfunzionali alla base della timidezza patologica.

Come per le altre forme d’ansia anche chi soffre di disturbo d’ansia sociale può giovarsi di forme di sostegno come i Gruppi di Auto Aiuto.

*Le informazioni fornite hanno natura generale e sono pubblicate con finalità puramente divulgative. Per doverosa informazione, si ricorda che la visita effettuata dal proprio medico rappresenta l’unico modo per ricevere una diagnosi corretta e un trattamento efficace.