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Empatia, risvolti meno noti

Le diverse facce dell’empatia

“Se saprai sorridere con chi sorride, piangere con chi soffre e saprai amare senza essere riamato, allora, figlio mio, chi potrà contestarti il diritto di esigere una società migliore? Nessuno, perché tu stesso, con le tue mani, l’avrei creata!”

Già nel ‘400 con questo aforisma il monaco cristiano Tommaso da Kempis sottolineava l’importanza del concetto di empatia per aspirare ad una società migliore. Il termine empatia deriva dal greco en-pathos “sentire dentro” e indica la capacità di vivere consapevolmente gli stati emotivi altrui e identificarsi in essi fino alla completa condivisione e vicinanza mantenendo

Questa importante dote umana, che rende le relazioni personali significative, intense  e autentiche, prende il nome di empatia emotiva. È una capacità che rende possibili la condivisione e non la critica, l’ascolto e non il consiglio.
Elementi centrali sono: la sospensione del giudizio che facilita una comunicazione libera e tranquilla delle proprie emozioni (permettendo che la relazione non sia condizionata da timori di ricevere critiche),  e l’ascolto profondo che esprime interesse sincero e  favorisce il sentirsi capiti e accolti anche se imperfetti.
E’ così che la sospensione del giudizio e l’ascolto profondo alimentano il senso di intimità, rinforzano i legami sociali, promuovono la coesione producendo effetti positivi che si riverberano sul benessere psicologico e fisico delle persone.

Il valore aggiunto dell’empatia emotiva è evidente in tutte le relazioni interpersonali, per esempio nel rapporto tra genitori e  figli e soprattutto nell’età dell’adolescenza.

L’empatia però è un concetto complesso con molte sfaccettature.  Cosa accade, per esempio, se c’è un eccesso di empatia? Quali possono essere i suoi effetti? Visti gli aspetti positivi saremmo portati a pensare che, nelle relazioni l’empatia non sia mai abbastanza. Più ce n’è meglio è.
Purtroppo non è proprio così e per gli iper-empatici il vivere quotidiano può diventare difficile.

Gli iper empatici anziché vivere con leggerezza la propria quotidianità, sono appesantiti dall’eccessivo coinvolgimento nelle problematiche altrui  che li incastra in una situazione paradossale. Dimenticano i propri sentimenti e bisogni perché convinti che nella relazione tutto debba essere finalizzato esclusivamente al benessere dell’Altro. L’impegno dell’iper-empatico è  totalizzante,  progetti e scopi  personali rimangono in disparte senza la consapevolezza delle continue rinunce personali, fino al totale indebolimento delle proprie energie e risorse.

Qual è il modo di pensare dell’iper-empatico?

“Mi sento sempre troppo coinvolta nei problemi del mondo, quando c’è una sofferenza nell’aria la capto subito e la faccio mia, ho imparato che devo stare attenta a questo automatismo, per troppo tempo ho annullato la mia esistenza pensando che fosse un mio dovere essere così.

Mi sono accorta che mi  veniva naturale, mi caricavo automaticamente del dolore altrui, lo sentivo addosso come se quell’esperienza la dovessi vivere io con la stessa intensità e dolore, se provavo a lasciare venivo travolta da un sentimento di colpa!”.

Consumato dal continuo sentimento  di inadeguatezza o  colpa che vive nelle relazioni sociali e intime,  l’iper-empatico in psicoterapia chiede aiuto per comprendere lo smarrimento e la depressione che a volte sviluppa.
Il prodigarsi per l’altro, l’abitudine a negare sé stesso e le proprie necessità in totale assenza di consapevolezza lo rende privo di  identità. L’inevitabile effetto di aspettative spesso disattese e deluse, suscita un sentimento di solitudine, confusione e disorientamento che a volte sfocia  in comportamenti di rabbia e rivendicazione senza arrivare a una vera “guarigione”.
Se prova a disimpegnarsi si sente in colpa, se si iper-impegna sperimenta delusioni, e in questo conflitto è chiuso  in trappola.

Riconquistare l’equilibrio è l’obiettivo di un percorso psicologico volto ad acquisire la  consapevolezza che contribuirà a  far luce sui meccanismi “malsani”  che portano gli iper empatici a ritrovarsi sempre nello stesso tipo di relazioni. Spesso, infatti, in un incastro perfetto come quello di una chiave con la serratura, rimangono intrappolati con persone che eccedono in un altro tipo di empatia: l’empatia cognitiva.

Cos’è l’empatia cognitiva.

Al contrario dell’empatico emotivo, che mostra una tendenza spontanea e autentica ad ascoltare l’altro, l’empatico cognitivo usa gli stessi strumenti in modo non naturale ma strategico.

È una modalità frequente tra le persone con disturbo di personalità narcisista  che per entrare in comunicazione con l’altro assumono con maestria la prospettiva altrui. Lo scopo però non è stringere relazioni autentiche e sincere, ma sedurre, ingannare, e avere controllo e potere nella relazione. Non sono interessati al benessere altrui, ma puntano a entrare nella mente dell’altro per un proprio esclusivo tornaconto.
Può trattarsi di un compagno, un’amica, un collega, ma anche di un genitore.

Come spiega Marie-France Hirigoyen, psichiatra, psicanalista, nel suo libro Molestie morali,

nella vita, ci sono incontri stimolanti e che ci spingono a dare il meglio di noi, ma ci sono anche incontri che ci minano e che possono finire col distruggerci pur essendo persone a noi vicine“.

Entriamo così nella sfera del maltrattamento psicologico che spesso sfugge a quella che l’autrice definisce “vigilanza dell’ambiente esterno” che può provocare danni psicologici, sensi di colpa, sintomi depressivi, disturbi alimentari, paure e angosce. Molto spesso le persone vittime dei narcisisti si chiedono, a posteriori, cosa li abbia potuti spingere a riporre tanta fiducia in queste persone che maneggiano l’empatia con tale destrezza da non riuscire a vederli come fonte del proprio  disagio.

Il percorso psicologico, che descriviamo sinteticamente, può aiutare queste persone a “ristrutturare” la propria identità minata e operare le proprie scelte in autonomia attraverso: la  focalizzazione del problema, il miglioramento della consapevolezza della relazione malsana  e il  recupero o rinforzo dei propri valori.
Un percorso volto a migliorare la qualità delle relazioni e alleggerire l’inutile carico di sofferenza emotiva.

 

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Autore: Anita Parena