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Psicoterapia nell’infanzia

Psicoterapia nell’infanzia: le domande che più spesso uno psicoterapeuta si sente rivolgere dai genitori dei suoi piccoli pazienti prima di iniziare un percorso terapeutico.

Da diversi anni la mia pratica clinica di psicoterapeuta include bambini ed adolescenti e le domande e perplessità dei genitori sono quasi sempre le stesse. Ecco una sintesi delle risposte che dò loro, sono spiegazioni formulate in un linguaggio semplice e comprensibile a tutti ma sorrette da solide teorie scientifiche, nel mio caso l’approccio cognitivo comportamentale.

“A volte per la nostra bambina ci sembra necessario un aiuto, a volte pensiamo che uno “strizzacervelli” sia troppo, come facciamo a capire cosa fare?”
Rispondere a questa domanda non è mai semplice poiché implica il dover fare i conti con un’ampia gamma di vissuti genitoriali in cui si mescolano  il desiderio di risolvere i problemi del bambino, le perplessità e i pregiudizi sulla figura del professionista della psiche, i sensi di colpa e la sensazione di fallimento come genitore.
Generalmente è utile seguire il proprio istinto di genitore e chiedere aiuto nel momento in cui avvertiamo un disagio o una sensazione di impotenza davanti a comportamenti dei nostri figli grandi o piccoli che siano.
Un segnale in questo senso ci può venire dagli inseganti, oggi sempre più preparati a cogliere i segnali precoci di disagio, o dai pediatri che a volte, insieme ad un rassicurante ‘’Vedrà che con la crescita passerà’’, suggeriscono anche il consulto psicologico.
Di aiuto sono anche nonni e una serie di figure formative, come allenatori, catechisti e capi scout, che spesso rappresentano ottimi campanelli di allarme e meritano di essere ascoltati.

“Quando le porto il bambino?”
Da quando mi occupo di età evolutiva, questa è la domanda più frequente che mi viene rivolta a conclusione della telefonata per concordare il primo appuntamento.
Generalmente le persone con cui parlo, che non sempre sono i genitori, non sono pronti a sentirsi rispondere che vedrò il bambino solo dopo aver conosciuto la mamma e il papà. La terapia cognitivo comportamentale attribuisce infatti molta importanza alla natura collaborativa del rapporto terapeutico e, in età evolutiva, sono i genitori a farsi portavoce del disagio del figlio.
Sono loro di fatto i veri esperti che, costantemente in contatto con lui ed i suoi ‘’potenziali’’ sintomi, rappresentano ‘’la memoria storica del figlio’’. Diviene quindi fondamentale coinvolgerli direttamente durante tutto l’arco del processo psicoterapeutico. La presenza attiva dei genitori è fondamentale anche sul piano burocratico-giuridico sia per dare il consenso informato al trattamento del minore, sia per la gestione del segreto professionale.
Nel primo incontro, che come ho detto si svolge solo con i genitori, sottolineo l’importanza di comunicare al bambino con chiarezza quale è il mio lavoro e perché verranno da me, permettendomi di essere semplicemente  “Riccardo, lo psicoterapeuta” e non passare, come spesso mi sento proporre, per “un amico dei genitori mai incontrato prima”, “un nuovo pediatra” o “un animatore”.
Simili sotterfugi possono creare confusione nel bambino e, soprattutto,  non giovare alla fiducia reciproca su cui deve fondarsi  un percorso psicoterapeutico.

“Ci stiamo separando e vorrei far aiutare il bambino ma mio marito non vuole…”
Come già detto, generalmente suggerisco un primo incontro a carattere puramente informativo per capire le ragioni che portano alla psicoterapia, premettendo che, per motivi legali, è indispensabile l’accordo e la collaborazione di entrambi i genitori.
In questa condizione è ancora più importante che al primo incontro entrambi i genitori siano presenti per definire gli obiettivi terapeutici.  Il rischio maggiore nelle situazioni, non rare, in cui i genitori sono in fase di separazione o anche semplicemente in disaccordo rispetto al percorso del figlio, è che la psicoterapia venga considerata un “campo di battaglia”. Mi capita spesso di trovarmi coinvolto in tentativi di ”triangolazione” che minano la relazione  terapeutica. In queste situazioni ritengo che un “buon primo incontro” permette di raccogliere tutte le informazioni, garantisce la possibilità di definire chiaramente i rispettivi ruoli e mette le basi di una buona alleanza di lavoro.

Cosa fate durante una seduta?
Nel mio modello personale di lavoro, con i bambini cerco di creare fin da subito un clima di reciproco riconoscimento attraverso un ambiente accogliente ma con regole e confini chiari.
Mediante il gioco, e grazie alla vasta gamma di tecniche e strumenti cognitivi comportamentali, il bambino ed io, insieme, possiamo accedere alle sue difficoltà e pensare a possibili soluzioni.
Dopo le prime quattro sedute con il bambino incontro nuovamente i genitori per restituire loro le mie prime impressioni ed iniziare ad impostare il piano degli interventi.
Generalmente superata una fase iniziale di disagio e disorientamento, legato al pregiudizio che andare dallo psicologo segna il passaggio dal mondo della ‘’normalità’’ quello della ‘’patologia’’,  le paure iniziano a ridimensionarsi, smettendo di essere nemiche insormontabili ma problemi affrontabili. Il lavoro psicoterapeutico ci fa sentire più sani di quanto pensassimo

Quanto dura la psicoterapia?
Questa domanda può riferirsi sia alla singola seduta, sia all’intero percorso terapeutico.
Nel primo caso la risposta è semplice: ciascun incontro durata circa cinquanta minuti e ha una cadenza settimanale.
Nel secondo caso è più complesso rispondere a priori poiché molto dipende dalla situazione del bambino e dai tempi di risposta al trattamento suoi e della famiglia. Su questo punto,  essendo quello cognitivo un intervento focalizzato su specfiche aree problematiche, tendo a tranquillizzare i genitori che in genere non si tratta di una terapia  troppo lunga ma sono anche attento a non alimentare aspettative miracolistiche, a volte è preferibile  un mese in più che uno in meno.

L’insegnante di mio figlio mi ha detto che potrebbe avere un disturbo dell’apprendimento…siamo in ansia! Di cosa si tratta?
In questo articolo un po’ di chiarezza sui Disturbi dell’Apprendimento.

Autore: Roberta Necci