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“Temo che la psicoterapia non funzioni…”

Che una psicoterapia non funzioni come ci si aspetta è il dubbio a volte espresso da familiari o amici di persone che seguono un percorso psicologico.

Nel corso della professione di psicoterapeuti ad orientamento cognitivo comportamentale capita di incontrare familiari o amici di persone in psicoterapia che riportano dubbi e perplessità sull’andamento del percorso del loro caro. Si tratta di timori comprensibili su cui possiamo fare alcune riflessioni.

 

“Tre mesi di psicoterapia, riesce a stare a casa senza di noi un’ora ma ancora non va al lavoro con l’autobus.”

“Quando sembra che le cose prendano il verso giusto improvvisamente si torna indietro, come se la psicoterapia non serva a nulla.”

“Aspetto, aspetto… prima di uscire di casa deve sempre fare un sacco di controlli. Dice che sta migliorando, che fa meno controlli ma io sono sempre lì che aspetto e aspetto.”

“Speravo che la psicoterapia fosse un aiuto a riaggiustare il matrimonio e invece si stanno separando! A cosa sarà servito andare dallo psicologo?”

“È difficile, a volte fatico a vedere dei miglioramenti, altre mi sembra che faccia dei grossi passi avanti…forse dipende da me? Mi sfugge qualcosa?”

 

Le parole che avete appena letto raccontano alcuni di questi dubbi. Ci dicono che i traguardi di chi sta attraversando il delicato cammino della psicoterapia cognitivo comportamentale possono risultare per un certo periodo poco visibili o scarsamente rilevanti agli occhi di familiari o amici; esprimono quanto sia difficile comprendere fino in fondo la sofferenza di chi non riesce a compiere azioni che chiunque compie in modo spontaneo o quanto sia faticoso riuscire ad accettare dei cambiamenti che vanno nella direzione opposta a quella immaginata.
Nella maggior parte dei casi è possibile trovare una risposta a queste perplessità provando a vedere le cose da un altro punto di vista, grazie alla conoscenza di alcuni aspetti specifici del percorso psicoterapeutico.

 

La psicoterapia ha un suo tempo naturale.

La fase iniziale di ogni psicoterapia prevede un tempo mirato alla conoscenza e all’inquadramento del problema  portato e in cui è utile considerare che le persone a volte:

  • non sono abituate a parlare di sé e incontrano difficoltà nel farlo
  • fanno fatica a spiegare il proprio malessere e capita che non sappiano da dove partire
  • hanno timore di essere giudicati per i loro problemi o mal interpretati
  • possono provare grande vergogna del disturbo per il quale chiedono aiuto

Serve quindi del tempo prima che si creino il clima e il contesto indispensabili alla cosiddetta “alleanza terapeutica”. Una relazione basata sulla fiducia reciproca e orientata alla condivisione degli obiettivi che fa sentire le persone libere di esprimere ciò che provano e facilita lo scambio e la partecipazione al percorso terapeutico nel rispetto dei ruoli. Una buona alleanza terapeutica è un processo indispensabile e delicato che richiede tempo, cura e attenzione.

Per chi, come familiare o amico, vive un percorso psicoterapeutico dall’esterno conoscere ed essere più consapevole di questi aspetti aiuta a stare a fianco della persona a cui si vuole bene e, in alcuni casi, a tenere a bada le proprie aspettative.

 

I risultati arrivano gradualmente

Una volta inquadrato il problema, scelta e condivisa la strategia e consolidata l’alleanza terapeutica, la psicoterapia segue il suo corso con una gradualità non facile da cogliere per chi, come familiare o amico, lo vive dall’esterno.
Per immedesimarsi nel percorso dell’altro può essere utile immaginare sé stessi alle prese con un cambiamento impegnativo da realizzare. Sappiamo bene, quando si tratta di noi, che il desiderio di un cambiamento non coincide automaticamente con il suo raggiungimento e la strada per ottenerlo prevede inciampi e imprevisti che ci avvicinano gradualmente ai nostri traguardi.
Lo stesso accade per chi fa una terapia. L’andamento di un percorso psicoterapeutico non è sempre regolare ed è naturale che si verifichino delle fisiologiche battute d’arresto spesso interpretate catastroficamente sia dalla persona in terapia sia da chi gli è vicino. Ma alti e bassi, miglioramenti e peggioramenti sono più una regola che un’eccezione del percorso terapeutico ed è proprio accettare questi fisiologici momenti di stallo che permette di individuare il modo per superarli e rinforza il senso di autoefficacia della persona.

Osservare ciò che accade nell’altro è una strategia utile per “stare nella realtà”. Ogni cambiamento, anche quando ci sembra poco significativo, per la persona che lo compie può essere la conferma all’utilità del suo impegno a continuare. Sottolineare che ci si accorge di un piccolo passo incoraggia e rinforza la motivazione di chi lo sta faticosamente compiendo.

 

Il ruolo giocato dalle aspettative

Il dispiacere e la frustrazione provati nel veder soffrire una persona a cui vogliamo bene,  possono alimentare aspettative non realistiche basate o sulla speranza di una rapida soluzione del problema (“Presto cambierà…”) o sul raggiungimento di un traguardo (“Finalmente farà… Finalmente diventerà…”) che non sempre corrisponde ai desideri della persona in psicoterapia.

Se da un lato avere delle aspettative è comprensibile e utile dall’altro, perché queste non si trasformino in delusioni o ostacoli dolorosiè importante che siano aspettative realistiche e ragionevoli.
Oltre ad informarsi sull’argomento di interesse un buon punto di partenza è provare ad accettare la realtà anziché rifiutarla o cristallizzarsi solo su come vorremmo fosse.
Ascoltare l’altro mettendosi nei suoi panni aiuta a mantenere lo sguardo rivolto a come le cose vanno veramente, e ad accorgersi dei cambiamenti, anche piccoli, che la persona sta compiendo nel suo percorso terapeutici e a rivalutarli.

 

 

 

 

 

 

 

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Autore: Anita Parena