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La “tecnica Camilleri” nelle difficoltà cognitive del DOC

Una psicoterapeuta racconta come utilizza i libri del romanziere siciliano con chi soffre di disturbo ossessivo compulsivo, quali riflessioni l’hanno condotta a ideare questa tecnica concludendo con un’intervista ad Andrea Camilleri.

Tra i disturbi che più spesso tratto come psicoterapeuta cognitivo comportamentale c’è il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) un disturbo invalidante che coinvolge sia la sfera affettiva sia quella cognitiva della persona, influendo negativamente sulla vita sociale e lavorativa. Parte integrante del quadro clinico del DOC sono i “deficit cognitivi”, cioè delle difficoltà specifiche in funzioni come la memoria, l’attenzione, la percezione, il ragionamento.

Nel trattamento di giovani adolescenti o ragazzi impegnati in percorsi universitari, che soffrono di DOC, ho spesso osservato quanto tali difficoltà cognitive compromettano il rendimento scolastico e da un’analisi della letteratura scientifica ho avuto la conferma che la compromissione delle abilità cognitive è una delle principali cause di ridotto funzionamento nei pazienti con DOC.

In particolare appaiono compromesse la memoria, l’apprendimento, la comprensione e la concentrazione e la “self-shifting task”, cioè quell’abilità che garantisce la fluidità cognitiva e permette alle persone di spostare l’attenzione tra compiti diversi, grazie alla quale è più facile adattarsi a situazioni nuove o inusuali in modo rapido ed efficiente.

Come evidenziato dalla letteratura scientifica nei ragazzi che soffrono di DOC e mostrano problemi di rendimento scolastico questo può essere attribuito a problemi di memoria oppure, come io ritengo, ad una limitata fiducia nella propria memoria.  Per contrastare tale sfiducia il paziente ripete un’azione più volte,  innescando un circolo vizioso. Più un’azione viene ripetuta più si trasforma in automatismo e per questo viene dimenticata con maggiore facilità, risultato che obbliga a ripetere quell’azione aumentando il disagio e la sofferenza.
Le difficoltà riportate più frequentemente riguardano: apprendere nuove informazioni, ricordare eventi recenti, nomi propri e di oggetti, ricordare eventi passati, avere incertezze nel capire ciò che gli altri dicono o chiedono, sentirsi confusi e non in grado di mantenere un certo grado di attenzione e concentrazione nelle abituali attività. “Nella lettura continuo tornare indietro per avere la certezza di avere capito bene”, “Mi sarà sfuggito un concetto? Meglio rileggere..”

Perché proprio i libri di Andrea Camilleri?
Già da anni nel mio lavoro di psicoterapeuta cognitivo comportamentale, avevo notato che pazienti con DOC in età scolare o impegnati in un percorso accademico riuscivano ad ottenere migliori risultati nelle materie linguistiche. Non solo con le lingue moderne (francese, inglese, spagnolo) ma anche con il greco e il latino.

Il meccanismo che sembrava aiutare queste persone ad attenuare la sintomatologia durante la lettura, era il doversi concentrare su parole in una lingua diversa dalla propria. Questa concentrazione riduceva l’attenzione al rumore di fondo del disturbo ossessivo che porta le persone che soffrono di DOC a chiedersi continuamente “Avrò capito bene?”, “Ricorderò correttamente?”
A partire da questa considerazione ho iniziato allora a suggerire ad alcuni pazienti la lettura di romanzi in lingua straniera per osservare se ci fossero dei cambiamenti nell’area dell’attenzione e della concentrazione. I risultati sono stati interessanti ma non in tutti i casi è percorribile la strada della lettura in una lingua diversa. Molti pazienti conoscono solo la lingua madre, come fare? Trovare una risposta a questa domanda mi ha fatto venire in mente l’uso dei dialetti.
In una lunga ricerca nella narrativa in dialetto ho incontrato tematiche poco adatte al mio obiettivo, dalle descrizioni di guerra di Romolo Liberale, a quelle religiose di Biagio Marin, di nuovo storie di sofferenza durante la guerra di Dino Coltro, passando attraverso i racconti di un mondo ormai scomparso raccontati da Carpinteri e Faraguna in dialetto istro-veneto.
Andrea Camilleri è stato l’approdo. Quali romanzi migliori dei suoi?
Il dialetto siciliano (quasi una lingua), le trame accattivanti, l’ironia che sfonda nella comicità sono aspetti che in qualche modo obbligano il lettore ad entrare nei nodi delle parole e sviscerare i “cabasisi”, i “macari”, i “babbiare” per arrivare in fondo alla storia e scoprirne i misteri.

Inoltre i romanzi di Andrea Camilleri hanno caratteristiche particolarmente gradite ai pazienti con DOC.
Non si riferiscono ad eventi in generale ma ad eventi calati in tempi e luoghi specifici, seppure a volte immaginari; sono scritti in una miscela linguistica che dà origine a ritmicità e sonorità amabili per il pubblico; hanno un impianto italiano arricchito dai termini dialettali (pastiche) che indicano al lettore attento il significato dei termini siciliani di non immediata comprensione (mi scantai, mi vennero i sudori freddi)  e facilita lo scorrere della lettura; si riferiscono a contesti riguardanti temi attuali e scottanti: l’immigrazione clandestina, traffico di organi, le nuove mafie, la speculazione edilizia.
Genio, ironia, fantasia, originalità, comicità e pathos si fondono perfettamente e rendono i romanzi di Camilleri molto avvincenti ma ciò che è risultato terapeutico per un disturbo che riduce le capacità cognitive necessarie alla lettura è inequivocabilmente il dialetto.

All’inizio ho evitato volutamente i romanzi del Commissario Montalbano perché nel paziente con DOC potevano facilmente innescarsi temi di perfezionismo quali “Devo iniziare dal primo caso”, “Devo seguire l’ordine cronologico di pubblicazione” e ho ritenuto più opportuno suggerire storie scelte tra le “favole della trasformazione” per la loro capacità di sorprendere  come, per esempio,  Maruzza Musumeci, Il sonaglio, Il casellante.  

Dopo il primo libro i pazienti sono tornati entusiasti per essere riusciti a completare la lettura, una conquista importantissima per loro. Successivamente ho dato loro l’indicazione di scegliere in libreria  il romanzo più attraente e ho visto realizzarsi una sorta di canone terapeutico. Gradualmente ho inserito, come una vera propria riabilitazione, le storie del Commissario Montalbano. In ultimo, quando ho valutato che la sintomatologia fosse regredita ho consigliato Un sabato con gli amici. Un romanzo complesso, non ambientato in Sicilia e non scritto in dialetto, con percorsi insoliti in cui si intrecciano le vite di sette personaggi.

Questa tecnica, che io chiamo “tecnica Camilleri”, si è rivelata vincente soprattutto nelle occasioni “prestazionali” che ho indicato all’inizio e ha una durata variabile correlata all’intensità del disturbo e alle caratteristiche dei sintomi,  mi ha sempre permesso di ottenere risultati soddisfacenti.

Andrea Camilleri è venuto a conoscenza di questa mia esperienza fin dal primo caso, risalente al 2011, e dal nostro incontro è nata l’intervista che potete ascoltare qui

Ringrazio Andrea Camilleri per avermi autorizzata a divulgare questa intervista

Autore: Roberta Necci