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Abbiamo letto: L’uomo che trema

Dopo William Styron un altro scrittore sceglie di raccontare la propria esperienza con la depressione.

“L’uomo che trema” è l’ultimo libro di Andrea Pomella autore di saggi d’arte e di romanzi. Anche in questo caso non si tratta di un libro sulla depressione ma il racconto autobiografico di una vita accompagnata da sempre da questa malattia.
“Soffro di questa malattia che la comunità scientifica definisce sommariamente depressione maggiore da quando ho coscienza del mondo, da quando cioè ho occhi e cuore per decifrare la realtà che mi circonda, perciò direi dalla più tenera età.”

Il libro racconta del bambino che fa presto i conti con una separazione difficile dei genitori, e che cerca di gestire il dolore dell’abbandono scegliendo a sua volta, all’età di otto anni, di abbandonare suo padre non incontrandolo più; dell’uomo che lavora, mette su famiglia, cresce suo figlio; della decisione di rincontrare il padre “abbandonato”.
Una vita come tante che diventa una storia assolutamente singolare per l’intreccio continuo tra eventi, stati depressivi e attacchi d’ansia. Bellissimi i racconti dei dieci interminabili anni come impiegato parastatale e delle camminate alla Balduina fino alla casa di Giuseppe Berto, un luogo fortemente simbolico.  Struggente il racconto di una notte in cui le idee depressive toccano il culmine con il pensiero di farla finita.

“L’uomo che trema” è un libro bello e molto chiaro che chiama le cose con il loro nome e restituisce alla depressione la dignità di ciò che è in realtà, una malattia. L’autore la nomina sempre con il suo appellativo scientifico di “depressione maggiore” che non si confonde con tristezza o  malinconia, stati d’animo che chiunque può provare. Così come chiama sempre chi la cura il “medico psichiatra” e anche verso i farmaci non c’è imprecisione, la cura è un “farmaco antidepressivo”. Uno stile pulito fatto di termini accurati e scevri da pregiudizi, psichiatra è come cardiologo o oculista non è mai “strizzacervelli”,  e antidepressivo è come come antipertensivo o antinfiammatorio non è mai “psicofarmaco”.

Del racconto di Andrea Pomella mi colpisce il rapporto di influenza reciproca tra eventi di vita e depressione. Penso che un evento doloroso come la separazione dei genitori possa aver avuto un peso sullo stato emotivo di un bambino di otto anni, ma ritengo anche possibile che quello stato emotivo presente dalla tenera età, in cui “i pochi ricordi sono ammantati dello stesso alone nero in cui ancora oggi mi dibatto”, possa a sua volta aver contribuito alla decisione sofferta di non incontrare più il padre.

In un’intervista l’autore ha raccontato che avrebbe potuto scrivere il libro in terza persona per proteggere sé stesso, ma poi ha scelto di raccontarsi senza pudori. La storia ha certamente guadagnato un’autenticità che si percepisce in ogni pagina e il racconto delle strategie personali messe in campo per gestire una quotidianità difficile diventa una testimonianza che mostra semplicemente delle possibilità e che rivela anche quanto la scrittura, come ho già avuto modo di scrivere qui, possa rivelarsi un potente strumento per prendersi cura della propria sofferenza.

Sempre sul tema della depressione: William Styron “Un’oscurità trasparente” qui trovi la recensione.

L’uomo che trema. Andrea Pomella
Einaudi, 2018

Autore: Roberta Necci